martedì 15 luglio 2008

Ciao Federica, ennesima vittima della violenza



mercoledì 9 luglio 2008

Sardegna: che paradiso...

martedì 24 giugno 2008

Vacanze, Non abbandoniamo chi non ci abbandona

mercoledì 28 maggio 2008

Maturità 2007, è già passato un anno

Per vedere il montaggio di foto, fermate la musica di sottofondo del sito. La casella la trovate in fondo alla pagina a destra.

giovedì 15 maggio 2008

Nella vita... Ho imparato


* Che il tempo cura le ferite, molte si cicatrizzano, ma certe faranno male per sempre
* Che le strade in salita hanno sempre una discesa dopo di loro
* Che quando ti perdi nei ricordi è perchè sei insoddisfatto del presente
* Che se piangi per qualcuno hai ancora dei rimpianti
* Che se pensi al passato lo fai per non sbagliare nel presente
* Che sulla nostra strada non siamo soli
* Che i veri amici li capisci dallo sguardo e si vedono nel momento del bisogno
* Che il vero amore è immortale
* Che troppe cose sono impossibili

mercoledì 14 maggio 2008

Myanmar e Cina, Cielo e Terra: L'APOCALISSE

Raccontare per mobilitare, raccontare per aiutare dovrebbe essere la cosa più semplice e invece... E invece la nostra tv sembra già aver dimenticato tutto, preferendo ricordarci per l’ennesima volta che i prezzi sono aumentati, che l’ombrellone sulla spiaggia quest’anno ci costerà il doppio,che non si arriva alla fine del mese, che non ci sentiamo sicuri, che i rifiuti continuano a farla da padrone a Napoli. Si vero, sono i nostri temi che ci stanno a cuore ma ormai li conosciamo a memoria e noi cittadini tutto quello che potevamo fare l’abbiamo fatto. Ora tocca ad altri il compito di risolverli, non possiamo far altro che rimanere a guardare… E invece non possiamo dimenticare che in quel lembo di Asia c'è un popolo disperato che non ha nemmeno la forza di chiedere aiuto, ma il nostro contributo anche tramite la Fabbrica del Sorriso potrebbe essere una goccia di speranza per una terra durante piagata.



domenica 20 aprile 2008

Roma: è successo ancora


Due stupri a Milano e Roma, in entrambi i casi ai danni di ragazze straniere venute a studiare in Italia, in entrambi i casi commessi da immigrati clandestini, infiammano gli strascichi dell'eterna campagna elettorale italiana. Pochi - purtroppo - gli elementi di razionalità disponibili. Comprese le cifre (violenze sessuali in diminuzione) inutilmente fornite dal ministro degli Interni uscente, Giuliano Amato.

Si sa, del resto, che ben al di là delle statistiche esiste una "insicurezza percepita", che questa percezione è in costante crescita, e che (soprattutto) aumenta mano a mano che ci si allontana dai quartieri benestanti, dai ceti meglio protetti e anche meglio informati, e ci si avvicina alla vita di strada, a chi frequenta i mezzi pubblici, le stazioni, le periferie, i luoghi di transito. Avere trascurato questo dato di fatto (il sentimento dell'insicurezza è soprattutto un sentimento "popolare", un sentimento di strada) è costato carissimo alla sinistra in termini di credibilità politica e in termini elettorali. Ovvio che il candidato della destra al Comune di Roma, Alemanno, soffi sul fuoco dell'allarme sociale, sperando di lucrare qualche voto in più. Altrettanto scontato il repertorio leghista, con Roberto Castelli che invita a "fermare l'orda dei barbari" secondo l'arcinoto repertorio di "difesa etnica" già ampiamente premiato dalle urne. E non per questo meno ripugnante.

L'argomento degli abusi verso il sesso femminine, è sempre stato un tema molto delicato e allarmante. E' un argomento abbastanza difficile da trattare, e molto spesso ritenuto, giustamente, oggetto di contenuto personale. Molte volte per questo motivo, quando se ne parla, si ha sempre il timore di violare l'intimità e la riservatezza della persona violenta. Perciò non è sempre facile, per un giornalista, produrre un articolo, una notizia che tratti proprio questo argomento. Non è un caso, infatti, riscontrare opinioni diverse sul fatto di pubblicare o meno una notizia che tratti questo tema. Alcune persone, ritengono ingiusto, non corretto divulgare un fatto di violenza, sia in rispetto della vittima e della sua famiglia, sia della personale reputazione di queste. Secondo loro anche se, all'interno degli articoli, non viene denunciato apertamente il nome della persona aggredita; l'identità della vittima è comunque sempre in repentaglio e spesso “etichettata” dalla piccola cerchia di personale, che sanno. Al contrario, alcuni sostengono che sia molto importante rendere noto questo tipo di notizie; proprio per fare sensibilizzare la gente, per far conoscere, far sapere, per far capire che non si vive nell' “isola felice”, in cui non succede niente di male, in cui le notizie di cronaca nera non toccano assolutamente quel luogo così perfetto. Secondo queste persone è quindi utile dichiarare, proclamare, diffondere e comunicare queste cose importanti e allo stesso tempo tanto orribili, ma che purtroppo accado. Secondo me, questo tipo di notizie sono allo stesso tempo molto importanti, ma quanto più delicate. Sono d'accordo con coloro che dicono: “ E' importante far sapere alla gente quello che accade”. Sono, però, anche d'accordo con chi dice che la violenza, lo stupro, gli abusi, siano sempre e comunque fatti personali, che toccano, turbano la dignità della vittima, per questo non è molto leale e umanamente corretto, pubblicizzare a tutti questo fatto così tremendo, atroce, quando così tanto riservato e personale. Con questo penso che sia proficuo diffondere questo tipo di notizie, solo dove, nel leggere la notizia, ci sia il desiderio di cambiare quello che avviene nel mondo e la sensibilizzazione delle singole persone che si trovano di fronte a queste notizie. Una cosa molto più importante, però, ritengo che sia il modo in cui la notizia di uno stupro o di una violenza, venga comunicata. A mio parere, è molto importante parlare degli abusi sempre e comunque in rispetto delle vittime

mercoledì 16 aprile 2008

I vip che hanno sostenuto il PD

martedì 15 aprile 2008

La Lega nord ha fatto il botto; Hanno preso i fucili?!


Il proletariato leghista celebrerà il 2008 come l'anno in cui ha strappato definitivamente alla sinistra italiana la rappresentanza del mondo in cui essa nacque un secolo e mezzo fa: il Nord industriale, le sue pianure e le sue valli. Bossi è riuscito a conservare, pur nella malattia e lontano dai media, l'aura mitica del fondatore di un popolo.

Nessuno poteva sostituirlo in questo ruolo: l'invenzione di una comunità dalle radici artificiali - una padanità inesistente, sia nella versione celtica che nel revival crociato - ma straordinaria per adesione a bisogni e paure degli umili e degli impauriti.

La Lega, raddoppiando i suoi voti in Lombardia e nel Veneto, è l'unico partito italiano che oggi si proponga come interprete di un territorio. Un territorio celebrato nella sua preziosa unicità, più che mai bisognoso di protezione quando i tentacoli della globalizzazione lo minacciano.

Tutto il contrario di fenomeni televisivi come Ferrara o la Santanché. Ai banchetti della Lega, nei mercati rionali e nelle piazze di paese, le settimane scorse si poteva riconoscere una seconda generazione di militanti giovanissimi in camicia verde, perfino adolescenti che si presentano come guardia padana, distribuiscono volantini e lecca lecca, trovano riferimento nei sindaci promotori delle ordinanze antistranieri più che nei dirigenti "romani" come Calderoli, Castelli, Maroni, troppo assimilabili alla "Casta" da cui si sentono geneticamente estranei.

Qui in periferia il federalismo fiscale diventa concetto molto meno sofisticato: ognuno si tenga i suoi soldi. E se c'è da predicare lo sgombero dei campi rom, Radio Padania Libera non esita a impiegare un linguaggio agghiacciante: "Purtroppo è più facile derattizzare i topi che debellare gli zingari". Il partito popolare leghista difende la tradizione cattolica ma non esita a volantinare di fronte alle chiese milanesi contro l'arcivescovo Tettamanzi, se questi evoca i diritti umani di donne e bambini d'etnia maledetta. Rastrella voti arrabbiati nel quartiere di Chinatown perché, incurante della politica estera, non ha problemi diplomatici se c'è da sparare addosso alla superpotenza di Pechino.

La stessa bruciante sconfitta della Malpensa viene assimilata come alimento del rimpianto e del rancore, per ribadire il luogo comune di un Nord impoverito e taglieggiato dalla "canaglia romana", dove a cavarsela sarebbero solo i big della "tecnofinanza" (formula Tremonti) e gli immigrati. Perché ci sono molte case settentrionali in cui è il cosmopolitismo, l'idea stessa di meticciato a fare paura.

Il Partito democratico che si è presentato in Lombardia e in Veneto col volto di due capolista provenienti da Confindustria (Colaninno e Calearo) non poteva recuperare consensi nelle periferie metropolitane dove l'accrescersi delle disuguaglianze viene accettato ormai come mero problema di sicurezza, dimenticato da tempo qualunque esperimento di politiche sociali.

Al dunque, dovendosi dare rappresentanza
all'insofferenza fiscale e securitaria, l'originale marchio leghista è stato puntualmente preferito agli imitatori tardivi (di sinistra o di destra).

Bossi s'è tenuto stretto il simbolo del Carroccio, mentre Fini rinunciava a quello di An. Ha delegato alla potenza berlusconiana l'intrattenimento nei circuiti di comunicazione di massa. E ha continuato meticolosamente la cura del territorio, battendolo a tappeto con i metodi più tradizionali della militanza e della tutela clientelare. Si può star certi che la Lega tenterà ora di capitalizzare il suo clamoroso successo innanzitutto al Nord, prima e più che nel governo romano. Rivendicherà la presidenza della Regione Lombardia, intestandosi il dopo Formigoni. Punterà alle fondazioni bancarie erogatrici di sostegni finanziari nelle comunità locali, a cominciare dalla Cariplo. E se il nazionalismo padano resta poco credibile come ideologia, la dimensione rivoluzionaria del movimento verrà sempre di più indirizzata come rappresentanza del popolo autoctono contro lo straniero, a costo di cavalcare pericolosamente la xenofobia.

Giulio Tremonti è entrato in politica da tecnocrate inserito nell'accademia e nell'establishment. Con gli anni ha intuito come le sue competenze tecniche di per sé valgano ben poco in termini di forza, e allora s'è dedicato a sintonizzarle con un popolo di riferimento, come prima di lui aveva fatto Gianfranco Miglio. Ne coltiva le pulsioni reazionarie: la politica come spiritualità contrapposta al dio mercato, la retorica delle radici, i valori tradizionali contro la sinistra profanatrice del principio d'autorità. Richiami inautentici e fasulli? Che importa: se lo spirito dei tempi oscilla fra nostalgia e spavento, lo si imbraccia come i fucili di Bossi per accumularne l'energia vitale.

Con Fini ridimensionato a cadetto, da domani dietro a Berlusconi si staglia decisiva l'ombra del varesotto e del valtellinese.

E' nata la terza Repubblica


La Terza Repubblica nasce oggi com'era nata la Seconda, quattordici anni fa. Una vittoria netta e indiscutibile di Silvio Berlusconi. Uno spostamento massiccio e inequivocabile dei consensi verso destra. La storia politica della nazione si compie così, con un moto perfettamente circolare. L'eterna transizione italiana riparte dall'eterna rigenerazione berlusconiana.

Tutto era iniziato con i referendum maggioritari del '93 e la pirotecnica "discesa in campo" del '94. Dopo quattro travagliatissime legislature si ritorna al punto di partenza. Il Cavaliere si riprende l'Italia. Sarà vecchio. Sarà spompato. Sarà "unfit". Ma la maggioranza degli italiani ha deciso di riconsegnargli comunque le chiavi del governo, sanando per la terza volta, con la legittimazione di un voto che equivale ancora una volta a un "condono tombale", le sue inadeguatezze, i suoi conflitti di interesse, le sue traversie giudiziarie. È il verdetto del popolo sovrano che, piaccia o no, in democrazia è l'unica cosa che conta. Dal punto di vista "sistemico", queste elezioni rivoluzionano la geografia politica nazionale. Segnano un deciso passo avanti dell'Italia sul terreno della semplificazione coalizionale e gettano le basi per una conseguente modernizzazione istituzionale.

E di questo, al di là del responso dell'urna, va dato pieno merito al Pd e alla svolta che ha impresso al sistema, con la disaggregazione delle vecchie alleanze e le riaggregazione dei nuovi partiti. Il Paese ritorna sui binari di un solido bipolarismo, dopo il deragliamento neo-proporzionalista prodotto due anni fa dal "porcellum". Per la quarta volta in cinque elezioni cambia lo schieramento al governo, e questo è un sintomo che rafforza il meccanismo dell'alternanza. Di più: con un'evoluzione più consona alle moderne democrazie europee, anche la nostra si avvicina a un modello di bipartitismo tendenziale. Dalla Francia alla Germania, dalla Gran Bretagna alla Spagna, due partiti maggiori si ripartiscono un bacino di consensi che oscilla tra il 70 e il 90%. Pdl e Pd insieme, due partiti maggioritari e quasi "presidenziali", raccolgono intorno al 73% dei voti. Il prezzo di questa forte polarizzazione dei consensi è la polverizzazione delle "terze forze" e la desertificazione dei "cespugli". In Parlamento si salva appena l'Udc, ma spariscono la Destra, la Sinistra arcobaleno, i socialisti. Al Senato, di fatto, avranno accesso solo quattro gruppi parlamentari: Pdl, Pd, Lega e Udc. È un esito che può generare un impoverimento della dialettica democratica, e far riaccendere persino una extra-parlamentarizzazione del conflitto sociale. Ma di sicuro aiuta la governabilità politica e l'efficienza legislativa.

Berlusconi ha perso la campagna elettorale, ma ha vinto le elezioni (al contrario di quello che accadde nel 2006). Secondo la felice definizione di Ilvo Diamanti, il Cavaliere non è più "il nuovo che avanza", ma semmai "il vecchio avanzato". Eppure si conferma il più magnetico catalizzatore dei sogni della nazione, e il più carismatico affabulatore dei suoi bisogni. Le critiche e le perplessità che questo giornale ha manifestato nei suoi confronti restano tutte. Il leader di Forza Italia è il campione di un'Italia populista, insofferente alle regole e diffidente nelle istituzioni. È il videocrate che riduce l'etica ad estetica, e che vive la politica come opportunità e non come responsabilità. Ma nonostante tutto questo, bisogna prendere atto che la "pancia" del Paese è con lui. Il muro di Arcore è caduto per sempre: le demonizzazioni e le ghettizzazioni non servono più a niente e a nessuno.

E stavolta, a giustificare il suo terzo trionfo solitario, non basta nemmeno il "tesoretto" dei fallimenti del governo Prodi, sul quale ha utilmente speculato in questa campagna elettorale. La forza che questo voto gli conferisce è inequivoca. La "rivoluzione del predellino", uguale e contraria alla scelta del Pd di correre da solo, è stata un salto nel cerchio di fuoco. Ha obbligato la ex Cdl alla sterzata a destra. Ha regalato a Bossi un nuovo patto di sangue. Ha imposto a Fini l'annessione di An, a Casini la cacciata dal tempio. Per il Pdl è stata una scelta potenzialmente arrischiata: ha reciso le già logore radici moderate al suo centro (con l'Udc) e ha aperto un'insidiosa deriva radicale alla sua destra (con Storace-Santanché).

Ma se alla fine il rischio è stato ben ripagato dagli elettori, questo è il segno che nel voto c'è qualcosa di più di una semplice sanzione verso il governo precedente. E se il Pdl stravince al Nord grazie alla Lega, ma vince anche nelle regioni del Centro-Sud dove la Lega non c'è, questo è il segno che un vasto bacino sociale, di borghesia produttiva ma anche di lavoro dipendente, di uomini spaventati del ricco Settentrione ma anche di pubblici salariati del povero Meridione, si raccoglie ormai strutturalmente intorno al Cavaliere, e all'anomalo impasto di "rivoluzione-protezione" che continua a promettergli. Solo così si spiega il perché, dopo quindici anni di anomalie istituzionali e di ordalie politiche intorno alla sua persona, lui resti saldamente in campo. E il suo partito, personale o di plastica quanto si vuole, sia ancora capace di aggregare consensi. E di vincere con un margine amplissimo, a dispetto dei nemici interni sempre più basiti e degli osservatori internazionali sempre più stupiti. Tanto ampio da neutralizzare la possibile incognita di una impropria "golden share" consegnata in mano alla Lega.

È vero che con oltre 20 senatori il Carroccio tiene in ostaggio la coalizione, ma mai come stavolta il Cavaliere ha la possibilità di stringere (se già non l'ha fatto) un "concordato preventivo" con il Senatur. Ha molto da offrirgli, in cambio della sua fedeltà per un'intera legislatura. Dalla presidenza di Palazzo Madama alla poltrona da vicepremier unico, da un altro ministero per le Riforme alla poltrona di governatore della Lombardia, che nell'immaginario delle camice verdi trasformerebbe finalmente la "Madre Padania" da mito virtuale a luogo reale.

Veltroni ha vinto la campagna elettorale, ma ha perso le elezioni. Il bilancio del Pd ha indubbiamente più di una posta al passivo. Forse il leader ha pagato una rincorsa breve, e troppo tarata sul modulo dell'"one man show". Forse non è riuscito a tracciare un perimetro credibile per la nuova constituency valoriale e sociale del partito, usando nel suo tour nelle 100 province italiane troppi messaggi generali e frullando nel suo programma troppe promesse particolari. "Il viaggio è il messaggio": parafrasando McLuhan, forse anche questo è stato l'errore. Così non è riuscito a drenare consensi al centro (sfilandoli al fronte avverso) e ha finito per cannibalizzare i consensi a sinistra.

Ma per il Pd le poste all'attivo valgono forse anche di più. In questo complicato Paese non è mai esistito un partito riformista che può contare su uno zoccolo duro vicino al 35% dei voti. Nella Prima Repubblica solo la Dc (e neanche il Pci) ha potuto contare su un risultato così ampio. Questo è un solido "gancio" sul quale continuare la scalata verso il governo del Paese. Ora si misurerà la capacità dei gruppi dirigenti di stabilizzare il Pd, e di trasformarlo in una realtà strutturale, che resterà e crescerà nel panorama politico nazionale, e non di svilirlo a un episodico espediente elettorale, come sono stati la Gad, la Fed, o persino lo stesso Ulivo.

Non è un esito scontato, dopo la sconfitta di ieri. Conosciamo bene la propensione all'autolesionismo di quel ceto politico. Ma alzi la mano chi, tra i democratici, ha voglia di purghe staliniste o di nostalgie autonomiste, e ha la solita tentazione di mettersi a sparare sul quartier generale. Alzi la mano chi si illude che sarebbe stato o sarebbe tuttora meglio tornare alla divisione Ds-Margherita, due chiodi arrugginiti buoni per impiccarsi, non per riprendere la salita verso la vetta. Certo, nella metà campo della nuova opposizione non si può non registrare con inquietudine il tracollo delle sinistre alternative e l'estinzione definitiva ben quattro sigle coalizzate. Rifondazione, il Pdci, i Verdi e Mussi pagano i veti continui e le estenuanti mediazioni al ribasso cui hanno obbligato Prodi. Agli occhi degli elettori, evidentemente, proprio loro sono stati la "malattia" di quel governo, mentre Mastella ne è stato solo la "febbre". Ora, con loro, è in gioco non solo il destino di un leader storico come Bertinotti, ma la nozione stessa di sinistra. Ci vorrà una riflessione severa, e una lunga traversata nel deserto, per riaffacciarsi sul mercato politico con un'offerta convincente. Possono accusare finché vogliono il Pd e la sua "vocazione maggioritaria", ma i vari Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio devono prendere atto, risultati alla mano, che l'Arcobaleno non lo era affatto.

Cosa accadrà adesso? Berlusconi ha una maggioranza più che solida. I numeri a sua disposizione autorizzano la previsione di un governo di legislatura. La domanda cruciale è se sarà una anche legislatura costituente, come servirebbe al Paese. Le prime mosse del Cavaliere sembrano concilianti. Parla di riforme condivise, ipotizza la riesumazione della Bicamerale, si dichiara diverso dal premier che vinse nel 2001, dice di volersi consegnare alla storia come statista. Nella sua terza reincarnazione, l'unto del Signore sembra voler impersonare l'idea di un populismo morbido, di un bipolarismo mite. Contiamo sulla sua sincerità. Conviene a lui, se vuole davvero ascendere al soglio del Quirinale. Ma soprattutto conviene all'Italia, se vuole smettere una volta per tutte di essere una Repubblica preterintenzionale.


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